Volontariato europeo ai tempi del #Covid-19: la storia di Valerio

Come si combinano lo scoppio di un’imprevedibile pandemia e un’esperienza di volontariato europeo? L’ho chiesto a Valerio, volontario di Cecina di Associazione JOINT, impegnato in un periodo di volontariato ad Edimburgo, in Scozia.

Bentrovat* a “Volontariato europeo ai tempi del #Covid-19”, rubrica che dà voce alle storie dei volontari italiani di Associazione JOINT che si trovavano coinvolti in progetti di volontariato europeo al dilagare dell’emergenza sanitaria coronavirus.

Eccoci arrivati al quarto episodio e come di consueto, prima di conoscere più da vicino l’ospite di oggi, facciamo un piccolo passo indietro e rivediamo chi sono stati i protagonisti degli scorsi episodi. 

Nella prima puntata Roberta e il suo volontariato come insegnante in un asilo nel bosco a Jena, in Germania; poi è stata la volta di Giulio, addetto alla comunicazione per Rikolto a Leuven, in Belgio; infine Sara che, con le sue disavventure a Leganès, in Spagna, ci ha fatto sorridere e riflettere.

Oggi ci concentriamo sulla storia di Valerio, 27 anni, laureato in ingegneria biomedica e originario di Cecina, in provincia di Livorno.

Grazie ad Associazione JOINT, Valerio partecipa ad un progetto di volontariato europeo ad Edimburgo, in Scozia, presso Leonard Cheshire, organizzazione con base nel Regno Unito, ma attiva in tutto mondo, che da oltre 70 anni sostiene le persone disabili e lavora per abbattere le barriere che negano loro i diritti fondamentali. L’organizzazione ha a cuore la salute dei disabili da ogni punto di vista; infatti, gli obiettivi che l’ente persegue vanno ben oltre la mera riabilitazione fisico-motoria. La visione è più ampia, possiamo dire olistica. Gli ospiti delle residenze vengono incoraggiati a rimanere i responsabili della scelta del modus vivendi più adatto a loro e a non vedere nella disabilità un deterrente al raggiungimento dei propri sogni ed aspirazioni. In questo contesto, Valerio, insieme ad un’altra volontaria, supporta lo staff di Leonard Cheshire nell’ideazione e nello svolgimento di attività ricreative che vengono personalizzate sulla base degli interessi e dei desideri degli ospiti delle residenze.

Valerio, cosa ti ha spinto a prendere la decisione di aderire a questo progetto di volontariato?

Io sono venuto a conoscenza di questi progetti di volontariato europeo da amici che avevano vissuto in passato l’esperienza e ricordo di essere rimasto molto incuriosito dai loro racconti. Così, dopo una laurea triennale in ingegneria biomedica mi dico che i tempi sono maturi per partire. Volevo perfezionare il mio inglese ed approfondire ulteriormente il tema della disabilità, sopratutto a seguito della mia esperienza in Italia, durante l’università, come assistente domiciliare per un ragazzo. Il mio percorso di studi ha fatto, poi, crescere in me l’idea di poter combinare, nel mio futuro professionale, la bioingegneria con l’ambito disabilità – magari lavorando a dei dispositivi medici che possano aiutare le persone disabili nella vita di tutti i giorni. Per poter fare questo, credo però sia necessario comprendere a fondo quali sono i bisogni delle persone con disabilità; quindi, ho pensato che un’esperienza a stretto contatto con persone disabili, come quella che sto avendo l’opportunità di vivere grazie a Leonard Cheshire, potesse essere estremamente preziosa, anche per sviluppare idee innovative per il futuro.”

Come reagisci alle notizie della tragica situazione legata al diffondersi del coronavirus in Italia?

Io ero in contatto con amici e parenti in Italia, che mi raffiguravano una situazione molto drammatica. Sinceramente, quando ho sentito le notizie dei primi casi in Italia, ho subito pensato che, di lì a breve, la pandemia avrebbe valicato i confini nazionali italiani arrivando anche nel Regno Unito. Non poteva rimanere un problema solo italiano. Ricordo, poi, che circolavano dei meme in grado di rappresentare in maniera molto diretta il totale disinteresse che, nel frattempo, il Regno Unito stava mostrando nei confronti dell’emergenza. Avendo in mente le notizie che arrivano dall’Italia, condividevo coi miei colleghi le mie preoccupazione sulla possibilità della diffusione del coronavirus anche qui in Regno Unito, ma in molti tendevano a minimizzare. Ero frustrato. Come potevano non rendersi conto? Io invece immaginavo che a Londra, in quanto metropoli multietnica, il numero dei casi potesse già essere considerevole in realtà. C’è da dire che qui in Regno Unito c’è stato uno scarto di 3/4 settimane rispetto all’Italia, quindi è forse comprensibile che le reazioni dei cittadini abbiano tardato. Avrei sperato che il Regno Unito facesse tesoro di tale vantaggio temporale rispetto all’Italia per porre in essere tutte le misure necessarie per contenere i danni, ma così non è stato. Forse il divario temporale è stato troppo lungo e non ha consentito di rendersi conto realmente di quello che la pandemia avrebbe potuto generare.”

Quindi Valerio, mentre tutta l’Europa sta facendo i conti con una pandemia senza precedenti, il Regno Unito continua a fare spallucce?

“Quando all’inizio di marzo in Italia inizia il lockdown, ricordo che io mi reco ad un incontro a Londra con altri volontari dell’associazione. Avevo anche previsto di allungare il mio soggiorno ed avventurarmi nella zona di Cardiff per qualche giorno di vacanza – ma ho poi rinunciato. Londra era la solita Londra, come da immaginario. Affollata, caotica e con bar e ristoranti gremiti. Una Londra viva, insomma. Ricordo che mentre io ero a Londra, la volontaria con cui condivido l’esperienza qui ad Edimburgo era tornata qualche giorno in Francia. Al nostro rientro in Scozia, a lei è stato richiesto l’isolamento, perché faceva ritorno da un altro paese europeo, mentre io, che ero rimasto all’interno del paese, potevo tornare a lavoro senza problemi se non avevo tosse e febbre. Come se il problema non interessasse anche il Regno Unito, ma solo gli altri paesi! Io a Londra avevo dormito in ostello, anche con persone che non conoscevo. Avevo preso i mezzi pubblici. Non mi fidavo a riprendere le attività del progetto come se nulla fosse. Poi è difficile nel lavoro con i disabili riuscire a mantenere la distanza di sicurezza. Allora, sia io che la collega ci siamo messi entrambi in auto-isolamento. In totale per 5 settimane. Chiusi in casa, ma sempre in contatto con i coordinatori dell’organizzazione.”

Questa distorsione che spinge il Regno Unito a credere di essere esente dalla gravosa onda pandemica alla quale sono stati esposti gli altri paesi europei, a tuo avviso, trova il fondamento in quell’ideale di separazione di cui la Brexit è stata portavoce?

Essere nel Regno Unito nell’anno del coronavirus e della Brexit è senza dubbio storico. In realtà quello che avverto io qui in Scozia è la voglia degli scozzesi di essere europei. Non saprei rispondere a questa domanda, sinceramente. Però posso dire che stare qui in Scozia, dopo l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europa, mi ha fatto capire quanto mi stia a cuore il concetto di Europa. Alla fine io ho potuto intraprendere questa avventura grazie all’Unione Europea. Ammetto che è stato singolare raccontare, soprattutto dopo la Brexit, che io sono qui grazie ai progetti europei.”

Dopo le 5 settimane di auto-isolamento cosa accade?

“Dopo questo periodo in cui sia io che l’altra volontaria abbiamo vissuto reclusi e non abbiamo avuto interazioni tra noi, entrambi decidiamo di proseguire con il progetto. Ovviamente l’organizzazione ha garantito la continuità assistenziale ed ha erogato i propri servizi agli ospiti delle residenze per tutto il periodo, anche mentre noi eravamo reclusi. Quando rientriamo il progetto cambia forma. Completamente. Prima dell’avvento del coronavirus una delle attività che gli ospiti delle residenze prediligevano erano le uscite all’aperto; ora le uscite non sono più possibili. Abbiamo dovuto ripensare a tutte le attività e ci siamo dovuti concentrare su quelle che era possibile organizzare all’interno delle residenze. La musica è stata di grande aiuto. Io suono la chitarra, quindi abbiamo cantato e suonato tutti insieme. Oppure abbiamo organizzato altre attività manuali per intrattenere gli ospiti ed evitare che guardassero troppo la televisione. È stato bello notare la naturalezza con la quale molte idee di attività sono emerse in questo periodo e credo che siamo stati in grado di portare avanti il progetto in maniera molto interessante. Ovviamente non è stato immediato l’adattamento alle nuove modalità di lavoro; principalmente a causa del necessario utilizzo dei dispositivi di protezione individuale durante le attività, che prima non era richiesto. Anche gli spazi delle struttura sono stati riadattati alle nuove disposizioni in materia di sicurezza e le attività di gruppo hanno visto una riduzione del numero massimo di partecipanti al fine di garantire le distanze di sicurezza. Ho di gran lunga preferito adattarmi al nuovo contesto che incorrere in una sospensione del progetto!”

Diresti che questa esperienza del coronavirus ha avuto anche dei risvolti positivi?

“Il coronavirus ha certamente limitato le mie possibilità di conoscere persone del luogo e ha ridotto le mie possibilità di esplorare il paese. Ma ci sono anche delle cose positive che questo periodo ha portato. La decisione di prendere parte a questo progetto è stata anche dettata dal desiderio di prendermi del tempo per me stesso, stare un po’ di tempo da solo; grazie all’isolamento ho potuto riappropriarmi ancor di più di quel tempo. Personalmente, è stato un periodo che ho sfruttato per intensificare lo studio dell’inglese, che è uno dei miei obiettivi principali del progetto; sono riuscito a tenermi impegnato ed ho cercato di gestire il mio tempo con varie attività: ho ritrovato il piacere di suonare la chitarra ed imparare nuove canzoni (anche in base ai gusti degli ospiti delle residenze), guardare film e serie TV in inglese, leggere in inglese, scrivere, fare esercizio fisico, pensare a me stesso “nel presente” (in isolamento e in emergenza Covid-19) e pensare al mio futuro…e la cosa bella è stata riscoprire il piacere del silenzio. Il potersi fermare ad ascoltare se stessi, in qualsiasi momento della giornata: senza la frenesia di tutti i giorni, perché il tempo e i ritmi stavolta li scegli te – non devi preoccuparti di orari o di correre dietro ad un pullman o preoccuparti di essere in ritardo. Inoltre, sono stato più in contatto con la mia famiglia e con i miei amici, alcuni che non sentivo da molto tempo.”

Cosa ti aspetti dall’Italia quando tornerai?

“Io spero di poter trovare la mia strada in Italia. Io sono partito per il mio periodo di volontariato europeo con l’idea di investire il mio tempo all’estero, scoprire cosa c’è là fuori, e poi fare ritorno e trovare la mia dimensione nel mio paese. L’esperienza all’estero ti cambia. Quando vivi in un contesto diverso puoi apprezzare le diversità e guardare al tuo paese con occhi diversi. Tornerò cambiato e troverò sicuramente un’Italia cambiata, sopratutto alla luce dell’emergenza attuale. Consiglio comunque a tutti un’esperienza all’estero, perché può davvero cambiare la vita.”

La chiacchierata con Valerio volge al termine.

Ringrazio Valerio per aver condiviso con me il suo racconto. 

Valerio colpisce per la determinazione e la maturità con cui ha affrontato l’adeguamento personale e professionale imposto dal coronavirus e la sua storia ci esorta a trovare il tempo per noi specialmente in quelle situazioni che sembrano non deporre a nostro favore.

Quella di Valerio era l’ultima puntata della rubrica “Volontariato europeo ai tempi del #Covid-19”, che ci ha accompagnato in questi mesi e ci ha fatto viaggiare da casa alla scoperta delle storie dei volontari europei di Associazione JOINT.

Un ringraziamento speciale a tutti i protagonisti per le importanti riflessioni che hanno fatto emergere e do a voi lettori appuntamento alla prossima!

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