Volontariato europeo ai tempi del #Covid-19: la storia di Roberta

Come si combinano lo scoppio di un’imprevedibile pandemia e un’esperienza di volontariato europeo? L’ho chiesto a Roberta, volontaria bergamasca di Associazione JOINT, impegnata in un periodo di volontariato a Jena, in Germania.

roberta volontaria JOINT

Qualche tempo fa avevo intervistato Martina, che mi aveva raccontato l’odissea della quale era stata protagonista nel tentativo di fare ritorno in Italia dallo Sri Lanka; l’intervista mi aveva fatto riflettere sulle dure condizioni imposte ai cittadini italiani all’estero all’indomani delle tristi notizie che riferivano della rapida diffusione del coronavirus in Italia.

Oggi ho, invece, fatto una chiacchierata con Roberta, volontaria di 24 anni di Bergamo, impegnata, grazie ad Associazione JOINT, in un’esperienza di volontariato europeo come insegnante in un asilo nel bosco a Jena, in Germania.

Vediamo insieme cosa mi ha raccontato…

Roberta parte a settembre 2019 dall’Italia spinta da un forte desiderio di mettersi in gioco dopo il periodo universitario e di perfezionare il tedesco, ma ammette che la decisione di mettere in pausa la sua vita non è stata indolore.

“Quando decidi di partire per un anno e ti lasci tutto alle spalle per qualche tempo sei combattuto e assillato dai dubbi: sarà la cosa giusta? mi troverò bene? e se dovesse andare male? e se mi stessi sbagliando? Mantenere la lucidità è difficile…soprattutto nel momento in cui devi effettivamente prendere quel volo che prima vedevi solo tra le tue prenotazioni. Quando sono arrivata in Germania, però, mi sono rasserenata; ho trovato ad accogliermi la responsabile dell’asilo nel quale presto servizio oltre ad un sole radioso che mi ha fatto dimenticare la mia idea di una Germania fredda e inospitale.”

Molto soddisfatta della sua esperienza nell’asilo e felice di avere la possibilità di condividere questa avventura con altri 10 volontari europei, Roberta vive i primi sei mesi di volontariato europeo serena e facendo tesoro di tutto ciò che l’esperienza le insegna.

Ma qualcosa cambia a fine febbraio 2020, quando iniziano a sopraggiungere le prime tragiche notizie sugli ingenti danni procurati dalla diffusione del coronavirus alla sua città, Bergamo.

Roberta si allarma.  Inizia a preoccuparsi per i familiari a casa e viene poi presa dalla paura che anche in Germania la situazione possa degenerare come in Italia.

“Non ero tanto preoccupata di un ipotetico lockdown; mi terrorizzava piuttosto l’eventualità di ammalarmi e di dovermi rivolgere alle strutture sanitarie in un paese straniero in un momento così critico; questa del coronavirus è una situazione straordinaria, non è facile sentirsi al sicuro quando sei all’estero e non sai come verrà gestita tale circostanza.”

Le notizie sull’inasprirsi dell’emergenza sanitaria in Italia giungono anche in Germania e Roberta inizia ad imbattersi in spiacevoli atteggiamenti di diffidenza nei suoi confronti e comincia a dover dare rassicurazioni sul suo stato di salute.

“Io da settembre 2019 non sono mai tornata in Italia; l’unico contatto diretto con un italiano l’ho avuto col mio ragazzo, che è venuto a farmi visita prima che tutta questa vicenda avesse inizio. All’asilo volevano che limitassi le mie interazioni coi bambini e hanno iniziato a domandarmi con insistenza se fossi malata e se potessero toccarmi. Anche i genitori dei bambini erano preoccupati e io comprendevo i loro timori; ma allo stesso tempo trovavo tutta la situazione poco razionale; era altamente improbabile io fossi portatrice del virus, ma venivo trattata come un’untrice che poteva mettere a repentaglio la sicurezza di tutti. Ovviamente è difficile dare la certezza 100% di essere sani anche perché le responsabilità da assumersi qualora poi così non fosse sono troppo onerose. Non mi hanno mai sollevato, nemmeno temporaneamente, dall’incarico e neanche mi è mai stato chiesto di indossare una mascherina nel mio lavoro; lavoro in un asilo e dal punto di vista educativo le mascherine sono sconsigliate; i bambini ne sono spaventati e rischi che non si fidino di te.”

Ma, nonostante gli episodi di cui è vittima, Roberta decide di non tornare in Italia.

“In Germania la situazione non era drammatica come in Italia e, sebbene ci si potesse attendere che la pandemia si diffondesse anche qui, ho pensato che sarei stata più al sicuro rimanendo a Jena. A questo si aggiunge che, anche volendo tornare a casa, avrei dovuto prendere autobus, sostare in aeroporti e incontrare molte persone; avrei di fatto aumentato le mie probabilità di essere contagiata e di contagiare a mia volta i miei familiari e amici una volta in Italia. Sarebbe stata una decisione imprudente ed egoistica a mio avviso; senza contare che non puoi prevedere quante traversie “burocratiche” dovrai affrontare per tornare a casa. Infine, sono una persona che ha bisogno di tempo per processare i cambiamenti; se fossi tornata a casa mi sarei dovuta auto-recludere in casa; questo avrebbe comportato per me abbandonare la vita da volontaria che sto conducendo e che mi sta regalando molto dal punto di vista personale; mi sarei dovuta, poi, riabituare in fretta alla vita che avevo deciso di interrompere per qualche tempo.”

Chiedo allora a Roberta quanto incida l’esperienza di volontariato europeo che sta vivendo sul processo di maturazione della decisione che ha preso di non fare ritorno in Italia. So, per esperienza personale, di quanto l’esperienza di volontariato all’estero abbia la capacità di accelerare il processo di sviluppo e di individuazione personale e sono curioso di cosa ne pensa Roberta.

“Il volontariato europeo mi sta insegnando ad utilizzare al meglio le mie risorse interiori per prendere decisioni mature ed avvedute; inoltre mi sta rendendo più responsabile e più libera di esplorarmi e valorizzarmi. Quando sei all’estero devi fare i conti con le differenze culturali ed essere pronto a risolvere problemi in situazioni di incertezza; devi assumerti le responsabilità delle scelte che intraprendi. A livello umano ho capito cosa so e posso fare e ho vinto l’insicurezza che in passato mi impediva di fidarmi delle mie capacità. Questo periodo di pandemia, inoltre, mi sta dando la possibilità di recuperare il mio dialogo interiore; mi ha restituito il tempo di cui avevo bisogno per mettere a fuoco tante cose. Per me la combinazione pandemia e volontariato europeo ha costituito una preziosa occasione in più di scoperta personale.”

Roberta dice di aver approfittato della pandemia e dell’auto-isolamento (in Germania non c’è mai stato l’obbligo di rimanere chiusi in casa). Si è dedicata ad attività ricreative – dalle ricette di cucina, al giardinaggio e alla pittura – con gli altri volontari e si è rimpossessata del tempo per se stessa.

È molto grata per aver avuto questa occasione.

La storia di Roberta ha messo in luce i benefici che le esperienze di volontariato europeo possono apportare alle nostre vite, anche in condizioni straordinarie come quelle attuali; da una parte sono opportunità uniche per metterci alla prova in contesti nuovi, dall’altra contribuiscono a comporre i tasselli fondamentali della nostra consapevolezza personale.

E voi, avete mai considerato la situazione attuale come una risorsa di cui fare tesoro, anziché come un mero vincolo alla libera mobilità personale?

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